Sommario

Presentazione

Fulvio Conti

Quando avere un lavoro non basta a proteggere dalla povertà

Chiara Saraceno

Bibliografia

Presentazione [<]

Fulvio Conti

La tradizione delle Lezioni e Letture è iniziata nel 1993 quando l’allora Facoltà di Scienze Politiche, oggi Scuola, decise di invitare con cadenza annuale un insigne studioso o un personaggio importante delle istituzioni e della politica a tenere una conferenza di fronte al collegio dei docenti e a tutti gli studenti. Quella delle Lectures è una tradizione diffusa presso le più prestigiose università internazionali, alle quali la fiorentina “Cesare Alfieri” ha inteso a buon diritto collegarsi. Fondata nel 1875 come Scuola di Scienze Sociali, la “Cesare Alfieri” è il più antico istituto italiano nel settore dell’insegnamento delle scienze politiche e sociali. Insieme alla parigina Sciences Po, anch’essa creata nel 1875, condivide il medesimo primato a livello europeo.

La prima Lettura nel 1993 fu tenuta da Emile Noël ed ebbe come tema la democratizzazione delle istituzioni europee. Noël era in quel momento la persona più titolata per parlare di integrazione europea, di cui era stato uno degli autentici padri. Dal 1958 al 1987 aveva ricoperto il ruolo di segretario generale della Commissione delle Comunità europee a Bruxelles. Nel 1987 era stato inviato a Firenze come presidente dell’Istituto universitario europeo, carica che tenne fino al 1993. E l’invito della “Cesare Alfieri”, che sempre nella sua storia aveva mostrato una forte vocazione all’internazionalizzazione, suonava anche come offerta di collaborazione dell’Ateneo fiorentino con l’Istituto europeo di Fiesole. Una collaborazione che negli anni immediatamente successivi avrebbe però fatto fatica a consolidarsi, riuscendo a divenire più stretta soltanto in tempi recenti.

A tenere la seconda Lettura, nel 1994, fu chiamato il filosofo politico americano Michael Walzer, che dopo aver insegnato ad Harward è stato per lunghi anni docente all’Institute for Advanced Studies di Princeton. Il titolo della sua lezione fu La politica della differenza: statualità e tolleranza in un mondo multiculturale. L’anno seguente fu la volta di Paolo Sylos Labini, uno dei maggiori economisti italiani del Novecento, che dedicò la sua Lettura al tema della disoccupazione, una questione che è stata altre volte oggetto di queste occasioni annuali di riflessione, a cominciare da quella che qui si presenta. Ma vorrei ricordare anche la Lezione inaugurale dell’anno accademico 2018-2019 che fu tenuta da Franca Alacevich ed ebbe come titolo Senza lavoro? Cambiamento tecnologico e nuove sfide per la società. Le Lezioni inaugurali, affidate a docenti interni della Scuola, sono un’altra felice ‘tradizione inventata’ dalla “Cesare Alfieri” nel 2001 che si è andata ad affiancare alle Letture. Ogni anno offrono all’intera comunità accademica l’occasione di ascoltare la lectio magistralis di uno dei nostri docenti, dando luogo a un momento di scambio fra insegnanti e studenti e sviluppando nel contempo un sentimento identitario e di appartenenza.

Non è questa ovviamente la sede per ripercorrere in dettaglio la serie delle Letture quale si è venuta dipanando dal 1993 in avanti. Gli interessati possono scorrerne l’elenco completo sul sito della Scuola (<https://www.sc-politiche.unifi.it/vp-370-letture-cesare-alfieri.html>), trovando accanto al nome di ciascun autore una sua breve biografia e un piccolo brano estrapolato dalla Lettura. Laddove disponibile è stato inserito il link al testo a stampa della Lettura, pubblicato in questa stessa collana della Firenze University Press. Vorrei menzionare tuttavia almeno alcune delle personalità che hanno onorato la Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” con le loro Letture. A cominciare da Jacques Delors, la cui conferenza fu tenuta in occasione della cerimonia di conferimento della laurea honoris causa che gli fu attribuita dalla Facoltà di Scienze Politiche nel 1997. Delors fu il terzo a potersi fregiare di questo onore dopo Adriano Olivetti, a cui la laurea honoris causa fu conferita in memoriam nel 1960, e dopo Willy Brandt che la ricevette nel 1981. Un cenno particolare lo meritano poi due importanti figure di economisti, banchieri e grand commis d’État come Mario Sarcinelli e Mario Draghi, che svolsero le loro Letture rispettivamente nel 1999 e nel 2006. Per Draghi, che all’epoca ricopriva da appena un anno la carica di governatore della Banca d’Italia, si trattò di un ritorno a casa. Nei primi anni Ottanta, infatti, aveva fatto parte del corpo docente della “Cesare Alfieri” insegnando Economia internazionale e altre discipline dell’indirizzo economico.

È stata poi la volta nel 2007 dello storico polacco Bronisław Geremek, uno dei maggiori dirigenti di Solidarność e ministro degli Esteri della Polonia dal 1997 al 2000. E ancora, fra gli altri, di Jean-Paul Fitoussi (2009), Gustavo Zagrebelsky (2010), Bernard Manin (2011), Colin Crouch (2012). Nel 2014 la prima donna, Nicoletta Maraschio, ordinario di Storia della lingua italiana e presidente dell’Accademia della Crusca, e due anni dopo la seconda presenza femminile, l’economista Lucrezia Reichlin. Infine, Giuliano Amato nel 2017 con una lecture sul tema delle identità nazionali nell’Unione Europea, e Marc Lazar nel 2018 con una riflessione sui mutamenti nelle democrazie europee contemporanee, muovendo da un’analisi comparata del caso francese e di quello italiano.

La Lettura Cesare Alfieri 2019, ventesima della serie iniziata nel 1993, è stata affidata a Chiara Saraceno e il testo che qui si presenta è la versione predisposta dall’autrice per la pubblicazione.

Chiara Saraceno è uno dei massimi sociologi italiani, assai conosciuta e apprezzata anche all’estero dove ha svolto una parte significativa delle sue ricerche. Filosofa di formazione, ha insegnato fino al 1990 presso la Facoltà di Sociologia di Trento e dal 1990 al 2008 è stata professore ordinario di sociologia della famiglia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Dal 2006 al 2011 è stata Forschungprofessorin (professore di ricerca) al Wissentschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino (WZB) sul tema Sviluppo demografico, mutamento sociale e capitale sociale. Attualmente ha in quell’istituto lo status di professore emerito. Nel 2011 è stata nominata associate fellow della British Academy e honorary fellow del Collegio Carlo Alberto di Torino.

Nel corso degli anni ha svolto un’intensa attività scientifica, sovente presso prestigiosi istituti di ricerca stranieri. Nel 1981-1982 è stata German Marshall Fellow presso il Bunting Institute ad Harvard; nel 1985 fellow presso la New School of Social Research di New York; nel 1997 distinguished scholar dell’Accademia danese e in tale veste ha passato un periodo di studio presso l’Università di Aalborg. Ha partecipato al dottorato internazionale European Program in Social Policy della Università di Maastricht.

Ha coordinato un progetto di ricerca internazionale finanziato dalla UE (DGXII), nel Terzo Programma Quadro, sulle politiche integrate di sostegno al reddito a livello locale: una indagine comparativa in sei paesi europei (progetto ESOPO). Ha partecipato inoltre a vari altri progetti di ricerca internazionali tra cui il network di eccellenza europeo EQUALSOC, coordinato dal prof. Erickson dell’Università di Stoccolma e al progetto MULTILINKS coordinato dalla professoressa Pearl Dykstra dell’Università di Rotterdam. È membro dei comitati editoriali di alcune riviste italiane e straniere, in particolare di «Stato e Mercato», «Rassegna Italiana di Sociologia», «Politiche Sociali», «European Journal of Social Work», «Social Policy and Administration», «Retraite et Societé», «Sociologia. Problemas y Praticas», «Zeitschrift für Familienforschung».

Ha fatto ricerca e pubblicato sui temi della famiglia, delle politiche familiari, sui problemi dello stato sociale, sulla povertà e sulle politiche per fronteggiare la povertà, sulle trasformazioni nelle esperienze femminili e nei rapporti di genere, sulle conseguenze della separazione coniugale.

Per la significativa esperienza maturata nella sua attività scientifica le sono stati affidati importanti incarichi di consulenza da parte di organismi italiani e internazionali. È stata l’esperta italiana di un gruppo di ricerca dell’Unicef su Child poverty and deprivation in industrialized countries e analogo ruolo ha ricoperto nell’Osservatorio UE sulle politiche di lotta all’esclusione sociale (dal 1990 al 1994). Dal 1999 al dicembre 2001 è stata presidente della Commissione di Indagine sulla Esclusione sociale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, di cui in precedenza era stata tra i componenti. Dal 1996 al maggio 2001 è stata consulente del Ministro della Solidarietà sociale sui temi delle politiche contro la povertà e delle politiche per la famiglia ed ha fatto parte del gruppo di lavoro che seguiva la sperimentazione del Reddito Minimo di Inserimento. Durante questo stesso periodo ha rappresentato il Dipartimento degli affari sociali presso il Working party on social policy all’Ocse e presso la Comunità Europea, prima nell’High-Level Group on Social Exclusion della UE, successivamente nel Social Protection Committee. Dal 2013 ha fatto parte dell’High-Level Expert Group on the Measurement of Economic Performance and Social Progress on Intra-generational and Inter-generational Sustainability, coordinato da Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz, presso l’Ocse.

Fra i tanti libri di cui è autrice, limitando lo sguardo a quelli degli ultimi anni che meglio consentono di apprezzare i suoi più recenti percorsi di ricerca, segnalo: Mutamenti familiari e politiche sociali in Italia (il Mulino 2003); Onora il padre e la madre (con Giuseppe Laras, il Mulino 2010); Conciliare famiglia e lavoro. Nuovi patti tra i sessi e le generazioni (con Manuela Naldini, il Mulino 2011); Cittadini a metà (Rizzoli 2012); Coppie e famiglie. Non è questione di natura (Feltrinelli 2012, 2a ediz. aggiornata 2015); Sociologia della famiglia (con Monica Naldini, il Mulino 2013, terza ed. rivista); Il welfare (il Mulino 2013); Eredità (Rosenberg & Sellier 2013); Il lavoro non basta (Feltrinelli 2015); Mamme e papà. Gli esami non finiscono mai (il Mulino 2016); L’equivoco della famiglia (Laterza 2017).

Il tema della Lettura Cesare Alfieri del 2019 si lega strettamente alle ultime ricerche di Chiara Saraceno. E ci offre una guida illuminata e preziosa alla lettura di alcuni recenti cambiamenti del mercato del lavoro e dell’economia nel suo insieme che hanno profondamente modificato il quadro preesistente. O almeno hanno sconvolto alcune certezze che avevano accompagnato lo sviluppo delle società occidentali ad economia capitalistica dalla fine del Settecento ai giorni nostri. E cioè il convincimento che l’esercizio di un’attività lavorativa fosse già di per sé un requisito tale da consentire all’individuo di potersi elevare dalla condizione di miserabilità, di allontanarsi dall’angolo dei reietti della società.

Nella Parigi della prima metà dell’Ottocento investita dalla rivoluzione industriale era il lavoro – e la dignità e il benessere che esso assicurava – ciò che distingueva le classes laborieuses dalle classes dangereuses, per riprendere il titolo di un’opera classica come quella dello storico francese Louis Chevallier. Oggi non è più così. Il lavoro non basta a proteggere dalla povertà e probabilmente non basta a tenere lontani dalle diverse forme di disagio sociale e di marginalità. L’Italia purtroppo è uno dei paesi dove questo fenomeno ha caratteristiche strutturali e di lungo periodo, con alcune peculiarità che gettano ombre sconcertanti sul futuro: il fatto per esempio che l’incidenza della povertà tra i minori sia più alta che tra gli adulti e gli anziani.

Chiara Saraceno non risparmia critiche severe ad alcuni recenti provvedimenti legislativi di contrasto alla povertà che hanno escluso dal loro ambito d’intervento proprio i bisogni dei bambini e degli adolescenti, come pure le politiche educative. Tuttavia, nella parte conclusiva della Lettura, combinando l’esperienza di studiosa con quella di consulente di istituzioni e organismi politici preposti a combattere la povertà, non esita a indicare gli strumenti che sarebbe necessario mettere in atto per arginare il problema e avviarlo a soluzione: «sostegni al reddito, miglioramento della condizione occupazionale, investimenti nella formazione degli adulti, ma anche politiche di conciliazione lavoro-famiglia e contrasto alla povertà educativa, per rompere il ciclo vizioso che dalla povertà sperimentata negli anni della crescita si transiti senza soluzione di continuità nella povertà da adulti».

C’è da augurarsi che le sue parole, come è accaduto a noi docenti e studenti della “Cesare Alfieri” nell’Aula Magna del Campus delle Scienze Sociali di Firenze, siano ascoltate e recepite.

Lettura
“Cesare Alfieri” [<]

Quando avere un lavoro non basta a proteggere dalla povertà [<]

Chiara Saraceno

Premessa

Sembra una ovvietà: avere un lavoro è la migliore garanzia contro la povertà per sé e per la propria famiglia. Entro l’Unione Europea, il rischio per le persone adulte (non anziane) di sperimentare povertà o deprivazione materiale è oltre tre volte maggiore tra chi non è occupato (perché disoccupato o inattivo) che tra chi è occupato. Eppure, essere occupati non protegge sempre e totalmente dalla povertà. Nell’Unione Europea, nel 2017 il 9,4% degli occupati in età 18-64 anni viveva al di sotto della soglia di povertà relativa. Le percentuali erano tuttavia molto diverse da un paese all’altro, passando dal 2,7% della Finlandia, il 3,6% della Repubblica Ceca, il 5% del Belgio, al 6,7% della Svezia e al 9,7% della Germania, salendo al 12,8% della Grecia (che aveva toccato il 15% nel 2012), il 13,1% della Spagna e il 13,7 del Lussemburgo, fino al 17,1% della Romania (che aveva toccato il 19,7% nel 2014). La percentuale per l’Italia era del 12,2%, in crescita costante anche negli ultimi anni, a differenza della maggior parte degli altri paesi. Viceversa, la mancanza di lavoro, così come un lavoro a bassa remunerazione, non sempre si accompagna a povertà e deprivazione materiale. Le ragioni di questo apparente paradosso stanno nella mediazione – in senso positivo o negativo – operata dalla condizione famigliare da un lato, dal ruolo delle politiche redistributive (trasferimenti) dall’altro (Saraceno, 2015).

Il concetto di ‘lavoratore povero’, infatti, non è univoco. Occorre distinguere tra lavoratori a basso salario e lavoratori poveri su base famigliare. Secondo le convenzioni internazionali, i primi sono coloro che guadagnano una retribuzione mensile (od oraria) inferiore ai due terzi di quella mediana dei lavoratori a tempo pieno nel loro paese (definizione OCSE), o il 60% della retribuzione mensile mediana calcolata tra tutti i lavoratori (definizione Eurostat). I secondi sono coloro che, indipendentemente dal loro livello di salario, tenuto conto degli eventuali altri redditi che entrano in famiglia e della composizione di quest’ultima, hanno un reddito disponibile inferiore al 60% del reddito mediano pro capite. Quest’ultima è l’accezione utilizzata da Eurostat e dai documenti dell’Unione Europea. Ad essa si riferiscono le percentuali sopra indicate.

La diffusione del lavoro povero

Per quanto riguarda i primi, i lavoratori a basso salario, la loro incidenza sul totale degli occupati differisce molto tra i diversi paesi sviluppati ed anche all’interno dell’Unione Europea (Salverda e Mayhew, 2009). Queste differenze in parte sono di lungo periodo, in parte dipendono dal modo in cui negli ultimi vent’anni i paesi hanno reagito alla sfida della competizione globale e del ritorno della disoccupazione, modificando le forme di regolazione del mercato del lavoro. In particolare, in Italia, la recente crescita dell’occupazione ha visto una prevalenza di contratti non-standard – tempo determinato, tempo parziale (spesso involontario) e contratti di collaborazione – che, pur contribuendo ad aumentare i tassi di occupazione, hanno avuto effetti assai più modesti sui redditi (OECD, 2011; Lucifora, 2019). Le ragioni di questa ricomposizione dell’occupazione verso lavori più precari ha motivazioni diverse, alcune di carattere ciclico, altre di natura più strutturale ed istituzionale. Una componente è senz’altro legata alla deregolamentazione dei contratti a tempo determinato introdotta con il decreto “Poletti” (L. 78/2014), che ha reso più flessibili e più convenienti i contratti a tempo determinato rispetto all’occupazione a tempo indeterminato in assenza di incentivi. Secondo una recente indagine di Veneto Lavoro, la maggior parte dei contratti a tempo determinato non supera i 30 giorni, mentre solo il 15% presenta una durata superiore all’anno. Va osservato, per altro, che la durata media dei contratti si è ridotta di fatto anche per i contratti di lavoro a tempo indeterminato: solo il 60% dei contratti a tempo indeterminato infatti supera l’anno di durata, e solo circa la metà di questi supera i 3-5 anni (Veneto Lavoro, 2017, 2018). Quanto alla crescita di occupazione a tempo parziale involontario – a tempo determinato o indeterminato – è un segnale di forte incertezza da parte delle imprese, che non riescono a utilizzare pienamente la propria capacità produttiva, o non hanno abbastanza fiducia per farlo. Ciò è particolarmente vero nel Mezzogiorno. La distribuzione del lavoro part-time, infatti, presenta un chiaro gradiente territoriale, con intensità di lavoro inferiori nelle regioni del Sud e in alcune aree con particolare vocazione settoriale (Inps, 2018).

Seondo Lucifora (2019), le ragioni della mancata crescita dei salari sarebbero da ricercare da un lato nella bassa produttività del lavoro e nella stagnante dinamica dei prezzi, dall’altro nella presenza di diffusa sotto-occupazione dei fattori in termini sia di orari sia di utilizzo di part-time involontario, ma anche di cambiamenti strutturali del mercato del lavoro. Ad esempio, uno dei fattori associati allo sviluppo di lavori non-standard è legato alla diffusione delle nuove tecnologie digitali e alla polarizzazione che questa provoca dei lavori e della struttura occupazionale. Le tecnologie hanno, in effetti, aumentato la domanda di lavoro qualificato e ben pagato, ma hanno anche determinato una riduzione della quota di lavoratori con competenze e redditi medi. Si pensi ad esempio a ciò che è successo nel settore bancario, un tempo non lontano uno dei settori di lavoro più sicuri, o nelle agenzie di viaggio, dove le tecnologie non hanno solo ridotto i posti di lavoro di tipo impiegatizio, ma hanno spostato molte mansioni sui clienti stessi, che ora possono (o devono) fare da sé molte operazioni. Contestualmente, è aumentata la domanda di lavoro flessibile a bassa qualifica e bassi redditi, spesso con contratti di lavoro non-standard: nei servizi di pulizia, ad esempio.

L’aumento della quota di lavoro nei servizi e anche la domanda di servizi, spesso ad alta intensità di lavoro (cura, sanità) è un altro fattore che spiega la crescita dei lavoratori poveri su base individuale. Nel decennio compreso tra il 2008 e il 2018 sono scomparsi circa 900mila posti di lavoro nell’industria, mentre ne sono stati creati quasi 850 mila nei servizi, principalmente posti di lavoro poco qualificati e in buona parte con contratti meno stabili (INPS, 2018). Si tratta di lavori con salari mediamente più bassi di quelli del settore manifatturiero, per motivi in parte legati alla minore produttività, in parte alla loro più facile sostituibilità, se troppo costosi, con il lavoro informale/irregolare o anche gratuito (per lo più femminile), entro la famiglia.

Come osserva Lucifora (2019), il lavoro povero si alimenta anche attraverso un diffuso ricorso all’irregolarità occupazionale. Di più, vi è un’associazione positiva tra lavoro povero ed economia sommersa: i paesi europei in cui la quota di in-work-poverty su base individuale è più elevata sono anche quelli in cui l’occupazione sommersa è più elevata. L’Italia è uno di questi.

Non tutti i lavoratori hanno un rischio simile di essere in povertà sia a livello individuale sia a livello famigliare. Alcune caratteristiche – come il livello d’istruzione, la qualifica professionale e i contratti a termine – sono più frequentemente associate a un rischio più elevato. In tutti i paesi, sono i lavoratori con più basso livello di istruzione e qualifica i più esposti al rischio di avere una bassa remunerazione. Questa ovvietà nasconde, tuttavia, l’impatto di lungo periodo, intergenerazionale, di una disuguaglianza sociale non adeguatamente contrastata entro i meccanismi di riproduzione sociale. La bassa istruzione è, infatti, fortemente collegata all’origine di nascita, famigliare (cfr. anche Grundiza e Lopez Vilaplana, 2013). E se è vero che avere un basso salario può essere una fase transitoria nel corso della vita, per molti, in particolare per chi è a bassa qualifica e proviene da famiglie a basso reddito, è piuttosto un dato permanente lungo tutto il corso della vita (Lucifora, McKnight e Salverda, 2005). In tutti i paesi, inoltre, gli occupati a bassa remunerazione si concentrano particolarmente in alcuni settori spesso caratterizzati da minore valore aggiunto prodotto e livelli retributivi mediamente più bassi: agricoltura, commercio al dettaglio, costruzioni, servizi di alloggio e ristorazione, trasporti, servizi sociali e alle persone (Lucifora, McKnight e Salverda, 2005). Insieme alla maggiore diffusione del part-time tra le donne, questa concentrazione settoriale spiega, in parte almeno, perché l’incidenza delle situazioni di basso salario sia più alta tra le donne che non tra gli uomini. Inoltre, negli ultimi anni, in particolare dopo la crisi (ma in Italia già da prima), tra i lavoratori a basso salario vi è stata una concentrazione di giovani di entrambi i sessi, anche a causa della concentrazione in questa fascia di età dei contratti di lavoro atipico (che offrono anche meno protezione). Infine, tra i lavoratori a basso salario si trovano spesso gli immigrati. Per quanto riguarda specificamente l’Italia, oltre che tra gli immigrati, il lavoro povero su base individuale ha anche una forte concentrazione territoriale. Circa un terzo del lavoro povero si concentra nel Sud Italia, nonostante gli occupati di tale area rappresentino meno del 20% dell’occupazione dipendente totale (Lucifora, 2019).

L’esito di questi fenomeni è stata una crescente dualizzazione del mercato del lavoro, anche in paesi in cui il settore dell’economia informale, o meglio grigia, non registrata, è stata tradizionalmente del tutto marginale. In paesi come l’Italia, invece, il lavoro precario a bassa remunerazione e a bassa protezione nell’economia formale si è aggiunto a quello già esistente nell’economia informale.

Lavoratori e famiglie di lavoratori povere

Anche se sono le donne di ogni età e giovani di entrambi i sessi a costituire la maggioranza dei lavoratori a basso salario (e con contratti temporanei e/o part-time), ciò non comporta automaticamente che questi lavoratori/lavoratrici sperimentino condizioni di povertà, cioè difficoltà a far fronte ai propri bisogni. Solo una frazione più o meno ampia tra loro – le madri sole, i giovani che vivono per conto proprio – è per questo esposta anche al rischio di povertà, nella misura in cui non può condividere altre fonti di reddito. Viceversa, quando è un uomo nelle età centrali ad essere un lavoratore a basso salario, il rischio che sia anche povero è più alta, dato che più spesso delle donne e dei giovani di ambo i sessi si trova ad essere l’unico, o principale, percettore di reddito (si veda anche Maitre, Nolan e Whelan, 2012; Meo, 2012; Standing, 2011). Ovviamente, anche se non sempre il lavoro povero comporta una situazione di povertà e può anzi costituire un’utile integrazione ad altri redditi che entrano in famiglia, può rappresentare un vincolo, per i più giovani di ambo i sessi, alla libertà di formare una propria famiglia, o comunque di essere economicamente autonomi dai propri genitori, o, per le donne in coppia, alla libertà di uscire da un matrimonio che non funziona o da un rapporto violento. Quindi, anche se non sempre è collegato alla povertà rispetto alla capacità di consumo, può invece essere collegato ad altri vincoli alla libertà individuale. Inoltre, se è una situazione duratura e al basso reddito corrisponde anche una bassa qualifica e uno scarso riconoscimento, può anche rappresentare un vincolo allo sviluppo e mantenimento del proprio capitale umano.

Se non sempre un lavoro povero produce povertà rispetto alla capacità di soddisfare i propri bisogni, viceversa avere un lavoro con una remunerazione superiore a quella che identifica la categoria a basso salario può non proteggere dalla povertà quando non è sufficiente a far fronte ai bisogni della famiglia. Capita quando un reddito modesto è l’unico, o principale in una famiglia composta da più persone. Per questi motivi, l’incidenza della povertà nonostante il lavoro (in work poverty), o dei lavoratori poveri su base famigliare, nell’Unione Europea nel suo complesso ed anche in Italia rimane più alta tra gli uomini rispetto alle donne, e tra gli uomini nelle età centrali rispetto ai più giovani. Ciò avviene perché gli uomini, in età adulta, sono più spesso delle donne i principali, se non esclusivi, percettori di reddito in famiglia. Stime nel Report on Employment and Social Developments in Europe per il 2012 indicavano che, a parità di condizioni, i rischi per un uomo di essere lavoratore povero su base famigliare erano aumentati del 4% dal 2008 al 2012 (European Commission, 2013). Allo stesso tempo, quando sono le donne ad essere l’unico o principale percettore di reddito in famiglia, il rischio che siano lavoratrici povere su base famigliare è molto più alto che quando l’unico percettore è un uomo.

Naturalmente, essere un lavoratore povero su base famigliare comporta che anche tutti i componenti della sua famiglia lo siano a loro volta. Il rischio che si produca uno squilibrio tra redditi da lavoro e bisogni famigliari è, in effetti, tanto più alto quanto più alta la percentuale delle famiglie monoreddito (tanto più anche quando monogenitore) e tanto più scarsi i trasferimenti legati alla presenza di figli – come avveniva e avviene tuttora in Italia. In questa prospettiva, si può dire che, se all’interno di ciascun paese il rischio di essere lavoratori poveri su base famigliare è più elevato per i lavoratori a basso salario che sono gli unici percettori di reddito, questo rischio è diversamente distribuito tra paesi in base al tasso di occupazione femminile (quindi alla diffusione delle famiglie pluri-percettore di reddito) da un lato, al grado di sostegno al costo dei figli garantito dal welfare state nazionale dall’altro. In altri termini, vi è una stretta interdipendenza tra caratteristiche dei welfare state, caratteristiche e composizione delle famiglie e tasso di partecipazione al mercato del lavoro dei componenti dei nuclei.

Alla luce di queste osservazioni, si comprende come mai in Italia il fenomeno della povertà nonostante il lavoro sia strutturale, di lungo periodo e sia ulteriormente aumentato in seguito non solo alla crisi, ma alla profonda ristrutturazione avvenuta nel mercato del lavoro.

In primo luogo, l’Italia continua ad essere un paese in cui prevalgono le famiglie monoreddito, anche quando vi sono più persone. Le famiglie con due o più occupati sono ancora la minoranza, il 44,6% delle famiglie con più componenti, in calo rispetto al 2004, quando erano il 45, 6% (ISTAT, 2019a). Le differenze territoriali sono molto ampie e sono simmetriche a quelle dell’incidenza della povertà: la percentuale delle famiglie con persone in età da lavoro con due o più occupati è del 29,3% nel Mezzogiorno, a fronte del 54,3% nel Nord e del 48,9% al Centro.

L’alta incidenza delle famiglie monoreddito è la conseguenza soprattutto del basso tasso di occupazione femminile, ostacolato non solo da una domanda di lavoro insufficiente, ma anche dalle difficoltà che le donne con carichi familiari hanno nel conciliare famiglia e lavoro, specie se hanno più figli, in assenza di servizi adeguati. Le difficoltà aumentano se le donne hanno una bassa qualifica, e se vivono nel Mezzogiorno o sono straniere.

Sono soprattutto le coppie più giovani, con figli verosimilmente più piccoli, a mostrare una maggiore asimmetria di genere nell’occupazione, quindi un divario maggiore rispetto a quelle senza figli conviventi, con le consuete differenze tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Il divario aumenta all’aumentare del numero dei figli, a prescindere dall’istruzione della madre, passando dal 32,4% nelle coppie con un figlio al 26,2% nelle coppie con due figli o più (ISTAT, 2019a). L’unica eccezione alla più bassa partecipazione al mercato del lavoro delle madri rispetto alle non madri è costituita dalle madri sole, che viceversa hanno tassi di attività e occupazione comparativamente alti, ma il cui reddito è spesso, se non l’unico, il principale reddito che entra in famiglia, oltre ad essere mediamente più basso di quello di uomini. Esistono differenze anche tra le madri di figli piccoli, determinate dal livello di istruzione e dalla zona di residenza. Le madri con i livelli di istruzione più alti sono maggiormente in grado, e/o hanno più interesse, a rimanere nel mercato del lavoro. Viceversa, quelle con un basso livello di istruzione hanno più difficoltà sia a trovare una occupazione sia a tenerla quando aumenta il carico di lavoro famigliare, specie in mancanza di servizi di cura accessibili e quando i salari sono troppo bassi e le condizioni occupazionali sfavorevoli. Sono queste, quindi, le famiglie, e i bambini, più vulnerabili alla povertà.

Ciò spiega perché siano soprattutto le famiglie con figli minori, specie se questi sono più di uno, e se vivono nel Mezzogiorno o sono straniere, ad essere in povertà (ISTAT, 2019b). È tra queste famiglie, infatti, che è più alta l’incidenza della condizione monoreddito a causa della più bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Mentre nel Nord e al Centro la maggioranza delle famiglie con figli ha due o più occupati (rispettivamente il 65,3% e il 59,9%), nel Mezzogiorno queste sono solo poco più di un terzo (ISTAT, 2019a).

Un basso tasso di occupazione femminile specie tra le donne a bassa istruzione, con più figli e nel Mezzogiorno, quindi una forte prevalenza di famiglie monoreddito nelle famiglie numerose di lavoratori a salario modesto, si combina con trasferimenti monetari per figli frammentati e inadeguati. Queste famiglie non solo non hanno sempre un reddito sufficiente a fare fronte ai propri bisogni. Sono anche particolarmente vulnerabili ad una riduzione del reddito da lavoro dell’unico percettore/lavoratore dovuta a riduzione di orario di lavoro, Cassa integrazione, malattia. Questa vulnerabilità, è, appunto, aumentata nel decennio seguito alla crisi. Nel 2008 si trovava in povertà assoluta il 2,8% delle famiglie con persona di riferimento occupata, nel 2018 questa percentuale era quasi raddoppiata, riguardando il 6,1% (ISTAT, 2019b). L’aumento è stato particolarmente forte per le famiglie di operai o assimilati, passati dal 4,5% al 12,3%. Ciò suggerisce che è aumentato il numero delle famiglie in cui l’unico percettore di reddito è un lavoratore a salario basso, o con contratti di lavoro intermittenti, temporanei, con part time involontario. È anche aumentato il numero delle famiglie in cui sono le donne ad essere l’unico, o principale, percettore di reddito, non tanto a motivo di un aumento delle famiglie monogenitore quanto perché la perdita dell’occupazione ha riguardato soprattutto settori tradizionalmente maschili. Stante che le lavoratrici sono più spesso povere su base individuale, quando sono le uniche percettrici di reddito lo sono anche su base famigliare. Anche le famiglie di lavoratori autonomi, pur con una incidenza più bassa, hanno visto un raddoppio, passando dal 2,3% al 5,1%. La figura 1 mostra la distribuzione della povertà assoluta tra le famiglie per condizione occupazionale e livello di istruzione della persona di riferimento e le variazioni rispetto al 2017. Molti indizi suggeriscono che con la pandemia Covid-19 la situazione sia fortemente peggiorata.

Figura 1 – Incidenza della povertà assoluta per livello di istruzione e condizione professionale della persona di riferimento. Anni 2017 e 2018 (valori percentuali). [Fonte: ISTAT, 2019b: Fig. 1]

Le conseguenze per i bambini e ragazzi

La povertà famigliare nonostante il lavoro ha conseguenze per la povertà dei bambini e ragazzi. Proprio per il carattere famigliare della povertà, e la sua concentrazione nelle famiglie numerose, l’Italia è uno dei paesi europei in cui l’incidenza della povertà tra i minori di 18 anni è più alta che tra gli adulti e gli anziani. È una questione non adeguatamente messa a fuoco neppure nelle politiche di contrasto alla povertà, nonostante gli effetti di lungo periodo sullo sviluppo e le chances di vita dei bambini e ragazzi coinvolti siano molto gravi. Nel 2018 si trovava in povertà assoluta il 6,5% delle coppie con un figlio minore, il 10,1% di quelle con due e il 17,2% di quelle con tre o più. Ancora più elevata, 16,8%, era l’incidenza se vi era un solo genitore (per lo più la madre) presente, con un netto peggioramento rispetto all’anno precedente. Le famiglie straniere con figli minori, infine, presentavano una incidenza della povertà assoluta (31%) quattro volte superiore a quella di soli italiani con figli minori (7,7%) (ISTAT, 2019b). I bambini e ragazzi che vivono in famiglie in cui nessuno è occupato sono, ovviamente, i più a rischio, con una incidenza del 34,6%. Ma si trova in povertà assoluta anche il 16,2% di quelli che hanno un solo occupato in famiglia. Se invece gli occupati sono due, la percentuale scende al 5,5%, ancor più se i due sono i genitori. In questo caso la povertà assoluta riguarda il 3,9%.

Una indagine specifica sulla deprivazione dei bambini e ragazzi effettuata per alcuni anni dall’ISTAT a partire dal 2009 ha rilevato come nel 2014 in Italia ci fosse oltre il 13% di minorenni che non aveva un luogo adatto dove studiare, il 10% che non poteva partecipare ad attività scolastiche a pagamento, il 7% che non poteva invitare amici a casa e festeggiare il compleanno, il 13,6% che non partecipava a nessuna attività di tempo libero, il 6% che non aveva bicicletta, pattini o altre attrezzature per attività all’aria aperta, mentre il 5,6% non aveva nessun tipo di gioco e una percentuale analoga non aveva libri in casa (Natali e Saraceno, 2017).

Alcune di queste deprivazioni impattano direttamente in modo negativo sulla salute. È noto che l’obesità infantile è un fattore di rischio molto grande. È noto anche che, nei paesi sviluppati, l’obesità è una malattia della povertà. Lo confermano anche i dati italiani dell’Istituto Superiore di Sanità, che effettua un monitoraggio delle condizioni di salute dei bambini che frequentano le scuole elementari (Istituto Superiore della Sanità, 2016). Questi dati mostrano che la diffusione dell’obesità tra i bambini è legata sia al livello di istruzione (basso) dei genitori sia al livello (basso) di reddito. A livello territoriale si sovrappone alla diffusione della povertà. Alimentazione inadeguata (poca frutta e verdura, molte calorie, poche proteine), e cattive abitudini alimentari per ignoranza o impossibilità (ad esempio non fare la prima colazione), scarsa attività fisica e sportiva sono tra i fattori che concorrono a questa situazione.

Si aggiunga che le deprivazioni derivanti dalle condizioni socioeconomiche delle famiglie vengono spesso rafforzate dal contesto in cui si vive. I quartieri dove vivono le famiglie e i bambini più poveri sono essi stessi per lo più poveri di risorse collettive – dai trasporti ai giardini dove giocare, agli spazi attrezzati per lo sport o altre attività. Come ha documentato Save the Children in un recentissimo rapporto (Save the Children, 2018), non solo vi sono grandi differenze territoriali, tra il Centro-Nord e il Mezzogiorno nelle dotazioni scolastiche (palestre, mense, laboratori, e simili), ma anche all’interno delle singole città, raddoppiando le condizioni di deprivazione.

È alla luce di questo doppio livello di deprivazione che si possono leggere i dati sullo svantaggio nelle competenze cognitive in base alle condizioni socio-economiche delle famiglie evidenziate anche in Italia. Il 47% dei quindicenni delle famiglie nel quintile più basso di reddito non raggiunge le competenze minime nel ragionamento logico e matematico e nella comprensione della lettura. La percentuale si dimezza passando al quintile successivo, per scendere al 9% e al 6% rispettivamente in matematica e lettura nel quintile più alto. Risultati analoghi emergono dalle prove INVALSI (INVALSI, 2019: cap. 4), che mostrano come la presenza di ragazzi in condizione socio-economica più svantaggiata sia alta (28,1% e 24,9% rispettivamente in matematica e italiano) nel livello più basso di apprendimento e rarefatta in quello più alto.

Lo svantaggio è ampio anche tra ragazzi stranieri, specie se di prima generazione, e italiani, perché allo svantaggio dell’adattamento a una lingua, metodi, ambiente, diverso da quello di origine, si aggiunge spesso, come già detto, la povertà. Ed è molto ampio anche a livello territoriale, sovrapponendosi, di nuovo, a quello della povertà (e a quello dell’abbandono scolastico precoce).

Alla luce di questi dati è davvero sorprendente che le deprivazioni specifiche dei bambini e ragazzi in condizione di povertà siano messi a fuoco solo marginalmente nelle politiche specifiche di contrasto alla povertà, in particolare nel nuovo strumento del Reddito di Cittadinanza, che anzi sottovaluta ampiamente, con una scala di equivalenza particolarmente punitiva, proprio i bisogni dei bambini e adolescenti, sia nelle politiche educative. Sono stati del tutto ignorati anche dalla legge cosiddetta sulla buona scuola e sono oggetto solo di misure sperimentali e a macchia di leopardo tramite il Fondo sulla povertà educativa.

Eppure, diverse ricerche hanno mostrato che se è vero che l’origine famigliare, e in particolare il nascere e crescere in povertà, ha effetti di lungo periodo sullo sviluppo delle capacità e delle chances di vita, è anche vero che questi effetti possono essere corretti da politiche mirate proprio sui bambini e ragazzi, il più precoci e sistematiche possibile (cfr. ad esempio Smeeding, Erikson, Jäntti, 2011; Ermisch, Jäntti, Smeeding, 2012).

Per concludere

Questi dati segnalano come non sempre basti aumentare il numero degli occupati per uscire dalla povertà, se l’occupazione è parziale e/o la remunerazione troppo bassa. Oltre a migliorare l’occupazione, occorre anche una riforma dei trasferimenti monetari legati alla presenza dei figli che aiuti a tenere in equilibrio bilanci modesti. Questi dati, tuttavia, segnalano come sia importante, come strumento di contrasto alla povertà sia individuale sia famigliare, il sostegno alla occupazione femminile, in particolare delle donne con figli, specie se a bassa istruzione.

Segnalano anche che una politica di contrasto alla povertà deve necessariamente combinare più elementi, oltre a non riguardare solo gli adulti: sostegni al reddito, miglioramento della condizione occupazionale, investimenti nella formazione degli adulti, politiche di conciliazione lavoro-famiglia e contrasto alla povertà educativa, per rompere il ciclo vizioso che dalla povertà sperimentata negli anni della crescita si transiti senza soluzione di continuità nella povertà da adulti.

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