Hic abundant leones. Uomo e natura nei testi mediolatini e romanzi
Edited by: Bellenzier, C.; Borrelli, C.; Cesena, M.; Tripodi, G.
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Hic abundant leones. Uomo e natura nei testi mediolatini e romanzi

Atti del Convegno dottorale, Università degli Studi di Siena (27-28 settembre 2023)

24/02/2025

«Hic abundant leones». Così recita la Cotton Map (London, British Library, Cotton Tiberius B V/1) al limite dell’estremo sud. Nell’illustrazione anglosassone dell’XI secolo la natura medievale si presenta sia nei suoi spazi geografici e antropici conosciuti – dal Mar Caspio all’Hibernia, dall’Arabia alla Spagna, da Babilonia a Roma –, sia nei suoi luoghi misteriosi e inesplorati. Della dialettica fra noto e ignoto, esperito e leggendario, si nutre la riflessione sulla natura nel Medioevo: oggetto passivo da descrivere, influenzare e plasmare e, al tempo stesso, soggetto attivo con il quale interagire mediante pratiche sociali e rituali differenti. La realtà naturale è presentata ora come un locus amoenus, creato a immagine di Dio, ora come un locus horridus, oscuro e inaccessibile. Le sue rappresentazioni, ispirate da un’intenzione mimetica o elevate a rappresentazione allegorica, sono tentativi di penetrazione e, dunque, di conoscenza e controllo di una dimensione ignota e indomabile. Una volta circoscritti i suoi elementi costitutivi, infatti, l’uomo può convertirli in risorse e godere delle loro proprietà. Queste riflessioni sono oggetto del volume Hic abundant leones. Uomo e natura nei testi mediolatini e romanzi, che riunisce i contributi discussi durante le cinque sessioni del Convegno organizzato dagli allievi del dottorato in Filologia e Critica dell’Università degli Studi di Siena il 27 e il 28 settembre 2023, con l’intento di creare un dialogo tra filologia mediolatina e romanza. Le relazioni, riviste e ampliate alla luce dei momenti di discussione con colleghi e docenti, sono state raccolte in cinque sezioni, seguendo la progressione cronologica degli autori e delle opere trattate, sulla base di altrettanti nuclei culturali e tematici. Il volume prende avvio da un saggio di Eugenio Burgio, che analizza il processo culturale di rappresentazione del paesaggio nell’immaginario medievale. Attraverso una panoramica di testi nei volgari romanzi si ripercorre l’evoluzione della descrizione topografica tra i secoli XI e XIV, dal Cantar de mio Cid al Roman de Yvain di Chrétien de Troyes, dalle cronache sulla Terrasanta – De itinere Terre sancte, Historia rerum in partibus transmarinis gestarum –  alle raffigurazioni poliane dei deserti orientali conservate nel Devisement dou monde.

La Parte I, Per litteram. La natura e i suoi elementi, si articola in tre contributi intorno a due tipologie testuali didascaliche: il glossario e il lapidario. Il glossario è indagato da Martina Dri e Alessandra Arcidiacono, rispettivamente sul fronte latino e antico francese. Dal monastero di Bobbio proviene un esteso glossario prodotto alla fine del IX secolo, con definizioni ordinate alfabeticamente a loro volta suddivise in sezioni tematiche. Della sezione De herbis sono analizzate alcune glosse che presentano frammenti di linguaggio orale: morus, mirex e medica arbor. Segue un confronto tra la resa degli zoonimi nell’Esodo della prima traduzione biblica integrale in lingua d’oïl, la Bible du XIIIe siècle, e alcune glosse francesi in lettere ebraiche (Le’azim): nello specifico, si nota come le difficoltà traduttive legate al lemma scinifes abbiano significative ricadute sull’interpretazione delle piaghe d’Egitto. Il lapidario, invece, è trattato da Martina Lenzi, che esamina la produzione di Philippe de Thaon con particolare attenzione agli aspetti metrico-ritmici e alle proprietà delle diverse pietre preziose.

La Parte II, Per allegoriam: tropi e topoi letterari della natura, fa da contraltare alla prima. La descriptio naturae viene qui analizzata a partire dai suoi significati ulteriori. L’esame di alcuni luoghi topici della letteratura è centrale nei contributi di Niccolò Antonio Favaretto e di Valentina Rovere. Nel primo si vagliano le declinazioni del topos del giardino incantato nel Lai de l’oiselet e nell’Erec et Enide di Chrétien de Troyes, strettamente connesse con i valori cortesi di amore, cavalleria e sodalità. Nel secondo si indaga la ripresa e il differente utilizzo delle fonti classiche nella descrizione di luoghi geografici (le sorgenti) e mitologici (le ninfe Aretusa) mediante l’analisi comparata delle Genealogie deorum gentilium e del De montibus di Giovanni Boccaccio. La ricerca delle fonti per similitudini e allegorie di ispirazione naturalistica rimane centrale nei due contributi successivi. Sofia Brusa esamina i riferimenti al mondo animale nel dialogo De lite inter Naturam et Fortunam di Albertino Mussato: l’associazione di formiche alate e galline a significati traslati implica un sovvertimento dell’interpretazione tradizionale, favorito dalle corrispondenze con la trattatistica zoologica di Aristotele, tradotta da Guglielmo di Moerbeka e diffusa nella Padova di inizio Trecento. Chiara Ceccarelli tratta invece la fortuna del tema dell’incoronazione poetica: in una particolareggiata dissertazione sull’alloro, il capitolo dedicato a Dafne nelle Genealogie deorum gentilium (VII 29) offrirebbe una potenziale spia del dialogo diretto tra Boccaccio e il laureatus Petrarca.

La Parte III, Nunc, Oriens ultime, noster eris: natura, viaggi e Oriente, ispirata a un verso dell’Ars Amatoria di Ovidio (Ars. I 178), è dedicata alla natura esotica e all’ignoto nella produzione odeporica. Analizzando il rapporto tra il Devisement dou monde e la versione latina di Francesco Pipino, Carlo Calloni si interroga sulla conciliazione del dato esotico e quello tradizionale nell’opera di Marco Polo. Il rapporto tra l’eredità delle auctoritates e l’esperienza autopti10 PREMESSA ca ricorre anche nell’indagine condotta da Paola Mocella sulla descrizione dei mirabilia di Ceylon nel Chronicon Bohemorum del frate francescano Giovanni de’ Marignolli, con particolare attenzione alle vestigia bibliche  che lì si trovano presenti. Di carattere simile è anche il Flos historiarum terre Orientis di Aitone Armeno: Damiano Mariotti ne analizza la rielaborazione conservata nello Zibaldone Magliabechiano a opera dello stesso Boccaccio, il quale, depurando il testo dalle descrizioni favolistiche e meravigliose, dimostra chiaramente il suo interesse per la realtà geografica dell’Oriente.

La Parte IV, Loca dira arcesque nefandae: pericoli e avversità della natura, trae il suo titolo da un verso della Tebaide di Stazio (Theb. I 162) e si concentra sulla descrizione delle insidie della natura. Martina Cofano e Gavino Scala illustrano l’impatto imprevedibile delle calamità metereologiche e naturali. Nel primo contributo si analizza l’Itinerarium Brigantionis Castelli di Ennodio con speciale attenzione all’impervia conformazione delle Alpi Cozie: alla pericolosità del valico del mons Matrona (il Monginevro) si lega l’immagine delle Matronae, divinità pagane locali testimoniate dal patrimonio epigrafico, emblema delle insidie sul cammino dell’uomo. Nel secondo si tratta della produzione cronachistica di Bernard de Rosier, canonista e ambasciatore tolosano: nell’Ambaxiatorum Brevilogus e negli Acta legationis la volontà tassonomica dell’autore per gli eventi naturali improvvisi diviene teorizzazione e prassi funzionale all’attività diplomatica. Nel terzo contributo Niccolò Gensini descrive i vaticini di eventi catastrofici, diluvi e carestie nelle Prophecies de Merlin, evidenziando non solo il continuo rimaneggiamento della fonte, ma anche la funzione esorcizzante del genere della profezia medievale.

La parte V, Urbs antiqua fuit: i nomi della natura antropica, nel cui titolo si menziona un verso del proemio dell’Eneide (Aen. I 12), è incentrata sul rapporto tra natura e azione dell’uomo. In particolare, gli spazi urbani sono oggetto principale di studio nei contributi di Noemi Pigini, Davide Battagliola e Martina Piccolo. Il primo si focalizza sulle glosse toponomastiche della Bible d’Acre, volgarizzamento oitanico proveniente dal Regno di Gerusalemme, e indaga le difficoltà nell’identificazione di toponimi biblici ormai in disuso da parte di un glossatore di potenziale provenienza oltremarina. Nel secondo contributo la Descriptio de locis sanctis di Rorgone Fretello, trattato-itinerario della Terra Santa, è messa in relazione con le sue versioni romanze – la castigliana Fazienda de Ultra Mar e la Terre de Promission antico-francese –, con particolare interesse per le differenti descrizioni di realtà geografica, traslazione di reliquie e luoghi di culto. L’ultimo contributo verte sul De situ urbis veteris et inclyte urbis Rome, trattato di carattere topografico e archeologico-antiquario, con il quale Pier Paolo Vergerio intende fornire un’immagine più veritiera dei celeberrimi luoghi dell’Urbe, arricchendo il più rapido e impreciso elenco dei Mirabilia attraverso un attento scrutinio delle fonti.